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USA-ITA. L’INSEGNATE DELLA SCUOLA PUBBLICA NEL XXI°, UNA MISSIONE

Gordon J. Laudi Mauro Aprile Zanetti

Approfitto dello “spring break” — una pausa pasquale laica per non offendere alcun credo, secondo la religione delle religioni americane, cioè il make up del politically correct, dietro cui si agita il Re dei Re, Sua Maestà il Consumismo — per fare alcune considerazioni proprio sulla scuola e i suoi attori principali, tra America (San Francisco) e Italia (Milano), quali: gli insegnanti, gli studenti e i genitori, che in questi giorni si godono una meritata pausa.

La scuola elementare di San Francisco Gordon J. Lau (con sede ufficiale tra il quartiere di China Town e Nob Hill) negli ultimi anni è stata riconosciuta tra le migliori scuole pubbliche della California. L’anno scorso il San Francisco Unified School District, facendo seguito al trend positivo delle performance della scuola, l’ha premiata insieme solo ad altri due istituti scolastici in città con l’Academic Achievement Award per aver: “dimostrato di realizzare progressi molto significativi per competenza sui contenuti accademici della California”. Non ultimo, Gordon J. Lau si è recentemente classificata al 2° posto nella parata delle celebrazioni per il Nuovo Anno Cinese tra le numerosissime scuole della Bay Area che vi hanno preso parte.

Dietro tutti questi successi c’è una squadra di appassionati e ben motivati insegnanti, che — coordinati dall’entusiasta direttore dell’istituto, Mr. Dennis Chew insieme alla moglie (volontario a tempo pieno) — continua a credere ogni giorno in una missione forte e romantica, cioè coraggiosa come affacciarsi su un precipizio dipinto da Caspar David Friedrich: crescere e istruire il popolo dell’avvenire, cioè i bambini; continuando ad amare un mestiere tra i più difficili di sempre; affermando contro il main stream d’America: “il diritto all’istruzione gratuita per tutti” — come ricorda anche il SFUSD — “promuovendo la riuscita accademica e il benestare per tutti gli alunni senza distinzione di razza, origine etnica, handicap o altre caratteristiche”.

Sì un mestiere, quello dell’insegnante, sempre più difficile perché: oltre ai limiti economici di una retribuzione spesso non adeguata al costo della vita, il carico delle responsabilità dell’insegnante è direttamente proporzionale a quello delle aspettative dei genitori che, accecati dall’amore per i propri figli, arriverebbero talvolta anche a negare le evidenze; capaci di incolpare gli insegnanti persino della maleducazione e del bullismo delle proprie dolci creaturine. E chi non si esalta ogni volta ricordando il professor John Keating ispirare i suoi studenti, salendo sul banco in estasi accademica con l’intramontabile maschera di Robin Williams?

Ma chi si chiede per l’appunto come possano vivere gli stessi insegnanti in città dove, per dirla con la solfa dei proprietari di immobili a San Francisco: “il mercato è oltraggioso”? Manco si trattasse di un’entità astratta, e piuttosto non di loro stessi che lo consustanziano oltraggiosamente con il loro libero abominio di mercato, grazie anche ad una certa “connivenza politica”, come la definisce l’ultimo Beat vivente, il poeta Lawrence Ferlinghetti. E lo stesso si può certamente dire, mutatis mutandis, degli insegnanti a Milano, a Parigi, a Londra, a New York, a Roma, e in tutti i grandi centri urbani, dove la vita è particolarmente molto più cara che in provincia e nelle periferie.

Una ricerca de Il Sole 24 Ore lo scorso anno indicava la percentuale del valore del potere di acquisto di un impiegato pubblico del ministero dell’istruzione, a parità di stipendio tra la provincia di Ragusa e quella di Milano, ben oltre il 30%, considerando per l’appunto affitti e spesa alimentare. E immaginate un’avventura del genere quando, dopo tanti anni, non sei nemmeno di ruolo! Con quale stato d’animo puoi continuare a insegnare tutti i giorni?

Ci sarà pur un motivo di sostanza, oltre all’eleganza della forma, se l’Imperatore in Giappone debba genuflettersi solo davanti agli insegnanti!

Come si leggeva qualche settimana fa in un articolo molto interessante del New Yorker, c’è un grido oggi che accomuna sotto ogni latitudine del mondo gli insegnanti, e nella fattispecie quelli non di ruolo: amiamo insegnare, ma vorremmo che l’insegnamento fosse una carriera vera; che ci si potesse permettere di fare per vivere; facendo parte di un sogno comune.

E in America, per lo meno nella West Coast, parlando di “sogno” anche ai più smemorati non può non tornare in mente il passaggio di uno dei più brillanti discorsi di quel politico semplicemente straordinario, quale Harvey Milk — attivista a San Francisco per i diritti LGBT, che si batté per i più deboli fino al giorno in cui fu assassinato insieme al sindaco di origini italiane, George Moscone che ne condivideva le idee e il sacro fuoco politico in difesa della diversità, dei più poveri e del free speech —: “The American Dream Starts With The Neighborhoods” – Il sogno americano nasce con i quartieri. Frase in cui la preposizione with/con ha il peso di una particella elementare nell’universo, e che soltanto nella Bibbia si può riscontrare con altrettanta rilevanza: essere con.

Ad ogni modo, quanta verità in queste sacrosante parole di Milk, e più che mai dette oggi a San Francisco! “La città con gli affitti più cari d’America”, come scriveva (per chi non ci abitasse!) qualche giorno fa Business Insider, essendosi attestata il primato a $3.500 per un appartamento con una stanza da letto. Altro che minimo salariale sopra $9 l’ora per sopravvivere! Da qui si capisce anche perché c’è gente che affitta la cabina armadio a $100 a notte, con Airbnb che sbava nell’illegalità dell’uberizzazione del sistema — il cane che si morde la coda: promettendo sconvolgimento giacobino e rivoluzione del business, mentre alla fine della fiera chi ne paga molto più spesso le spese è sempre il consumatore medio.

Infatti, secondo 48Hills.org — new media di resistenza al giornalismo prezzolato (si potrebbe, forse, dire senza troppa offesa semplicemente al giornalismo), fondato all’indomani del suo licenziamento da uno dei più grandi reporter che ha raccontato l’agitata scena politica della città di San Francisco negli ultimi quaranta anni, Tim Redmond, storico direttore del Bay Guardian —: “il 96% degli affitti a breve termine è illegale, avendo avuto ad oggi in città solo 282 registrazioni in tutto secondo la legge Airbnb”.

E da qui come non comprendere l’eco amara di un insegnante di un’altra ottima scuola pubblica di San Francisco, la Yick Wo (dove ogni mercoledì mattina si offre gratuitamente a tutti gli studenti un mercato di prodotti locali tramite la San Francisco-Marin Food Bank), quando, alla vigilia del suo pensionamento annunciato qualche giorno fa, commentava con un certo rancore (non certo condivisibile soprattutto verso i suoi alunni, anzi persino condannabile!) proprio la celebre fase di Milk, aggiungendo che: “per l’appunto io abito a Hunters Point”; vale a dire, l’infelice periferia a sud-est della città, tormentata particolarmente dal crimine e dal disagio sociale.

Ma per tornare alla Gordon J. Lau — la scorsa settimana nella sede temporanea di North Beach (Hancock Grammar School, la location della scuola dei bambini di Mrs. Doubtfire) — dove il dipartimento scolastico trasferisce momentaneamente le scuole che a turno necessitano di lavori di adeguamento alle norme di sicurezza antisismiche —, ho assistito a una cerimonia singolare, che forse può illuminare alcune cose sugli stereotipi della scuola pubblica vs. scuola privata in America, nella fattispecie in California, e di rimando forse anche nel nostro Belpaese. Perché come si direbbe in questi casi: “tutto il mondo è paese”; tuttavia consapevoli che nessun paesano è come l’italiano, soprattutto in materia di lamento e addolorate ambulanti, anche fuori dall’annuale processione della semana santa appena trascorsa!

Di prima mattina tutti i bambini (nella più parte orientali e pochissimi occidentali, ma di ogni etnia migrante) sono stati disposti dai rispettivi insegnanti in cortile alla presenza del Supervisor della città di San Francisco, Julie Christensen — fresca di nomina nel Board of Supervisor da parte del sindaco Ed Lee come responsabile del Distretto 3 per gli affari con il Comune, includendo una rilevante fetta della città come: Chinatown, Nob Hill, Russian Hill, North Beach, Fisherman’s Wharf, Polk Street, Financial District e Union Square. La signora, a scanso di equivoci, ha la missione pubblica di metterci la faccia ogni giorno, dovendo dare conto dei problemi e delle esigenze dei suddetti quartieri per risolverli prontamente, salvo essere protestata e dunque rimossa dall’amministrazione.

Ai migliori 7 studenti (6 bambine e 1 solo maschietto, senza alcun vantaggio di quota rosa per le prime che non fosse puro e semplice merito), distinti in una competizione grafico-artistica e di info-comunicazione su come “educare alla bellezza per mantenere pulito il quartiere di Chinatown” — sorta di gara dell’impossibile, se si considera l’altissimo flusso della comunità cinese che commercia, da oltre un secolo, esattamente come fosse ancora in un paesino della Cina ai primi del ‘900, in frutta, spezie, carne, pesce, ortaggi e cineserie infinite varie, noncurante del cosiddetto “decoro” occidentale — sono stati donati un portatile ciascuno e un abbonamento internet speciale per colmare il “digital divide” in città.

Sì perché, per chi non lo sapesse, anche a San Francisco — una delle tante città americane, paradossalmente tra le più invase da giurassici tralicci di legno barcollanti, con migliaia di cavi e fili di elettricità penzolanti come ragnatele a scempiare il blu cobalto del cielo dell’estremo occidente, il paesaggio e l’urbanistica — c’è un “digital divide”.

Qui però la definizione nativa si riferisce a indicare, oltre ad alcune zone della città con pessima ricezione e copertura internet, soprattutto un buco sociale, cercando di dare pari opportunità a tutti con l’istruzione agli strumenti digitali e l’esoso accesso a internet. Considerando, inoltre, che in America si registra uno dei costi tra i più cari al mondo in assoluto per accesso a dati-internet e canali-tv via cavo: pena non vedere e non sapere nulla non tanto del mondo, ma già dell’America, che spesso per gli americani coincide goffamente con la percezione del mondo tout court (una velina per tutti: il Superbowl che si vende come campionato mondiale di football; ma vale anche per le rispettive leghe di basket e di baseball); dunque pena l’essere completamente tagliati fuori da ogni forma di informazione, esattamente come se si abitasse nel cuore del deserto o di una foresta, mentre sei nella capitale della cosiddetta Bay Area – Silicon Valley.

Nonostante la scuola pubblica a San Francisco sia completamente gratis — c’è anche un’eccellente associazione di volontariato in città, dedicata con abiezione e altissima professionalità a sostenere la qualità competitività del sistema pubblico, Parents for Public School—, durante l’anno le famiglie degli studenti intervengono con donazioni e sostegno continuo alla scuola del quartiere, facendo anche del volontariato senza imbronciarsi, riconoscendosi in un’appartenenza per la quale impegnarsi, sempre pronti alla chiamata.

La scuola pubblica — delirante lotteria di San Francisco a parte, attraverso cui di norma possono essere anche assegnate sedi lontane dal proprio quartiere con il discutibile scopo politico di “combattere la gentrificazione della città” — è ancora percepita come un bene comune da tutelare e migliorare, collaborando attivamente tutti insieme, e non tanto come un diritto assoluto calato dal cielo dello Stato. Il coinvolgimento dei familiari nella tutela della qualità della scuola dei propri figli, d’altronde, fa parte della cultura americana. Questo impegno non esime neanche le famiglie che mandano i figli nelle varie scuole private: dove per un bambino al nido o alle elementari si comincia a pagare una retta dalla più bassa intorno a $8.000 l’anno, alla più rinomata che si attesta sui $34.000, per la gioia dei genitori che hanno 3-4 figli ai quali regalare più che la garanzia di un’istruzione migliore (tutta sempre da provare), un inizio di alumni elitaria che magari li accompagnerà fino al college universitario (con tanto di rimorchio di debiti), perché, come l’America insegna da sempre, tutto è social; e la domanda infame sarà sempre accampata dietro l’occhio del cecchino sociale: che scuola hai frequentato?

Dinanzi a questo scenario, ricordo per contro come nell’ottima scuola di via Palermo a Milano, nel cuore dell’elegante e ricco quartiere di Brera, alcuni tra i genitori più “bàuscia” (come si definisce in gergo meneghino un piccolo, medio o alto borghese che se la tira) spesso si lamentavano inorriditi dalla “richiesta oscena” delle maestre e degli insegnanti di voler contribuire a portare fazzolettini, materiale didattico per la classe o carta igienica per gli studenti, cioè i loro figli. Non metto in dubbio un certo fastidio connaturato nella cultura degli italiani, viziati di assistenzialismo nel sentirsi chiamare all’appello per contribuire ad una causa comune e pubblica di così primario “bisogno”, quando lo Stato per costituzione dovrebbe garantire tutto. Poco conta se magari non tutela o promuove il merito: perché competizione in italiano ha sempre fatto rima anche con discriminazione, e non tanto con confronto sano per crescere e migliorarsi, creando opportunità per i migliori, premiandoli. Da qui l’assenza assoluta nella scuola italiana di un canale dedicato ai migliori“un giardino dei talenti”, si potrebbe dire oggi tra linguaggio tech e poesia di Collodi -, che non sempre coincidono per forza con la retorica dei cosiddetti “cervelli in fuga”, piuttosto, e peggio ancora, con quelli atrofizzati a spreco in patria: impossibile persino contarli!

Inoltre, questo lamento da parte dei bàuscia è anche abbastanza grottesco, perché soltanto con una decina di migliaia di euro l’anno potrebbero sempre mantenersi la scuola privata più in voga al momento in città: scegliendo magari “una buona scuola cattolica”; “che tuteli i valori della famiglia tradizionale”; “selezionando gli insegnanti anche per l’orientamento non solo di religione”.

In altre parole, finalmente una scuola dove nessuno si permetterebbe mai di chiedere loro della carta igienica per le “magnifiche sorti progressive” dei propri figli, tutt’al più, una carta di credito.

Ma volete mettere per noi italiani la possibilità di perdere il diritto a praticare il lamento, il rancore e il pessimismo, soprattutto se di mezzo c’è il governo, potendo rimanere a criticare la scena sociale e politica fuori dal ring, quando tutto è bar sport?

E poi come non ricordare l’incisione sumerica, adagio italiano per antonomasia, secondo cui: “i ragazzi di oggi non sono più quelli di una volta”?

L’invito migliore per tutti gli italiani, insegnanti inclusi, per una soi-disant “buona scuola”, vale a dire per una società migliore, è sempre e più che mai uno: uscire dal Belpaese, e provare a guardarlo da lontano – “la terra dalla luna”, dicono gli astronauti -; magari riuscendo finalmente ad accorgersi che ha una forma unica e riconoscibile in tutto il mondo, quella di uno Stivale!

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